Ricerca

Promuove, elabora e coordina progetti di ricerca – sulla salute e la terapia, la cura e l’educazione e l’economie solidali – e di cooperazione internazionale per promuovere un pensiero e un’azione complementare tra culture diverse, tra  tradizione e modernità, tra tecnologie dei paesi del Nord e del Sud del mondo. 

Dalla prospettiva coloniale alle pratiche decoloniali” 

Ricerca promossa dall’Università di Verona e Centro FO.R.ME – Cooperativa Ruah

2018-2020

 

Modelli di accoglienza straordinaria a confronto”. L’esperienza della provincia di Bergamo

Ricerca promossa da Fon.Coop e e Centro FO.R.ME – Cooperativa Ruah

2020-2021

 

 

Migranti di ritorno dall’Europa: nuova emergenza per i centri di salute comunitaria locali” 

Ricerca promossa  dall’Università di Milano-Bicocca e Centro FO.R.ME – Cooperativa Ruah

2020-2021

Rosanna Cima, "Attraverso lo sguardo. Per una pedagogia dell’incontro", Roma: Carocci, 2019

Da dove viene il mio sguardo? Qual è la storia che lo compone? Attraversare lo sguardo è risalire la sua direzione lungo un itinerario segnato da spazi geografici e tempi differenti. Restituire allo sguardo una memoria implica imparare a dire quel che si vede da qui: un limite che tocchiamo quando ci situiamo nei contesti in cui ricerchiamo, lavoriamo, studiamo. Dal limite si tracciano spazi per l'incontro, con sé e con gli altri. Cosa vogliamo vedere? Da dove e con chi? Come accogliere e condividere più punti di vista? Il libro è rivolto a coloro che lavorano nei servizi educativi, nelle scuole, nei servizi sociali e sanitari, e si trovano quotidianamente a contatto con le differenze. La pedagogia dell'incontro tesse a più voci, e tra differenti approcci, una postura del pensare e fare che rende presente il corpo individuale e collettivo dello sguardo di cui ciascuna e ciascuno si fa responsabile.

 

 

 

Rosanna Cima, "Abitare le diversità. Pratiche di mediazione culturale tra istituzioni e territorio", Roma: Carocci, 2005

Nei luoghi dove si abita, nella scuola, nei servizi sociali e nei centri educativi, si incontrano sempre più spesso persone migranti. Capita, a volte, nelle pratiche educative, formative e di cura, consolidate nel tempo dell'esperienza, di sentirsi spaesati. Accogliere lo spaesamento è un punto di partenza per ricercare. La mediazione culturale diviene una possibile azione, esplorata nel testo non come risposta ma come ricerca di una pratica. La mediazione culturale ed il suo dispositivo sono narrati a partire dalla quotidianità di un lavoro formativo e di cura all'interno di un territorio in relazione agli orientamenti dettati dalla mediazione etnoclinica. Rosanna Cima, Incontri possibili. Mediazione culturale per una pedagogia sociale





Rosanna Cima: “Incontri possibili. Mediazione culturale per una pedagogia sociale”, Roma: Carocci, 2009.

Prendersi cura di una famiglia, accompagnare una bambina o un adolescente nel percorso educativo è un lavoro complesso. Lo diventa ancora di più quando le lingue che danno voce alle domande e alle risposte sono tra loro differenti. È allora che si richiede - in educazione, nei servizi sociali, nei percorsi di cura - di iniziare una ricerca accompagnata da un lavoro di mediazione culturale ed etnoclinica a più livelli. Il volume argomenta questi percorsi presentando un orizzonte teorico e metodologico attraverso l'analisi di esperienze concrete. L'approccio scelto è di una pedagogia sociale errante che richiede di stare sui confini, cioè sui limiti e, contemporaneamente, offre posizioni aperte di ricerca. Il testo è rivolto a chi si forma al lavoro educativo e vuole riflettere su come sia possibile creare luoghi d'incontro. Esso si propone, ad operatori e studenti, come strumento per pensare e vivere forme del proprio lavoro.




Rosanna Cima; Rita Finco,  "Imparare e insegnare tra lingue diverse", Brescia: La Scuola, 2014

Considerare i bambini venuti da lontano come coloro che ci portano una nuova lingua, nuove conoscenze, nuove esperienze vuol dire comprendere meglio i nostri contemporanei, trovare la misura di una pedagogia dell’incontro, scovare i nostri etnocentrismi e trovare pensieri e azioni educative eccentriche. A insegnanti, educatori e famiglie, oggi, si pone il compito di costruire connessioni culturali che permettano apprendimenti e sagge convivenze, facendo esistere tutti i mondi di cui ciascuno è portatore, per accoglierli. Un percorso di riflessione tra teorie e pratiche, un’esperienza concreta per insegnare e imparare, tra lingue diverse, dentro e fuori la scuola, riscoprendo la ricchezza delle lingue. Queste pagine accompagnano anche i genitori a comprendere meglio il posto delle lingue nelle migrazioni, per giocare il proprio ruolo educativo in un contesto socio-culturale in rapido cambiamento. Il CD allegato al testo presenta una ricca serie di materiali interattivi e multimediali per impostare attività didattiche sulle lingue e le culture araba, rumena e punjabi.



Pietro Barbetta, "Anoressia e isteria. Una prospettiva clinico-culturale", Milano: Raffaello Cortina, 2005.

Si ha il diritto di morire di fame? Esiste una libido alimentare che possa essere considerata il fulcro della costellazione anoressica? I legami tra i sintomi psicosomatici e l'abuso sessuale sono scontati come spesso si è indotti a credere? E come parlano le anoressiche della loro condizione quando lo sguardo dello psicologo è assente, per esempio quando dialogano in rete riguardo al rapporto con il cibo e con il corpo? A queste domande insolite quanto importanti risponde l'autore, sia attraverso l'analisi di alcuni casi clinici seguiti in ambito di psicoterapia individuale e familiare, sia sulla base di una ricerca, condotta con metodi etnografici, nel mondo virtuale delle chat line.





Pietro Barbetta, "Follia e creazione. Il caso clinico come esperienza letteraria", Milano-Udine: Mimesis, 2012.

Come si presenta il caso, come si scrive, si racconta, come le memorie e le riflessioni autobiografiche, il confronto tra molteplici testimoni, tra diversi stili di scrittura e conversazione, assumono posizioni prospettiche differenti; queste le questioni chiave del libro. L'idea di caso non si limita al caso clinico; si tratta di ridisegnare la riflessione sull'evento (la contingenza) partendo dalla letteratura, immaginare alcune forme del racconto clinico diretto e indiretto per far emergere l'unicità preziosa, spesso dimenticata dalla foga esplicativa, dalla categorizzazione che cancella il singolare. Il libro si presenta anche come una critica radicale ai modi riduttivi del discorso clinico dominante nell'epoca post-moderna, neoliberale, al cinismo scientista nascosto dietro la tecnologia, che emerge nell'intertestualità di pratiche oppressive.




Pietro Barbetta, La follia rivisitata. Umori, demenze e isterie, Milano-Udine: Mimesis, 2014.

Che cosa significa essere folle? In quanti modi si manifesta la follia? È fenomeno univoco oppure arcipelago di definizioni e riferimenti? Si può parlare di follia oggi senza considerare l'opera di Foucault? Il doppio legame di Bateson? l'AntiEdipo? Senza ripensare la storia della diagnosi psichiatrica? Questo libro non è solo per il clinico, ma per chi è curioso di conoscere le rappresentazioni della follia nella storia culturale dell'Occidente. Non si può rinunciare a raccontare che cosa fosse la follia prima che il discorso psichiatrico s'impadronisse dell'argomento, quando l'arte, la letteratura e la filosofia ne traevano per prime ispirazione. Le speranze riposte in questo libro: che possa esser compreso da chiunque lo legga, ma senza indulgenze riduttive o banalizzazioni indebite. Perché le malinconie, le demenze e le isterie sono parte della nostra esistenza e non possono essere trattate come fenomeni chimici.




Enrico Valtellina, "Tipi umani particolarmente strani. La sindrome di Asperger come oggetto culturale", Milano-Udine: Mimesis, 2016.

Il volume gioca su molti livelli di senso. Anche se l'articolazione dei capitoli è lineare, il primo introduttivo, il secondo storico, il terzo sul dibattito critico contemporaneo, Valtellina ha cercato di complicare l'architettonica e di sottrarsi ad alcuni canoni della produzione delle scienze sociali, per un verso spaziando tra ambiti disciplinari differenti, per l'altro cercando di sviluppare alcuni raccordi tra livelli interpretativi, talvolta in modo implicito, trasversalmente rispetto allo sviluppo del t

esto. Nella sostanza vuole essere un'ontologia storica delle disabilità relazionali, la mappatura di un discorso centrale al tempo presente. L'autismo è un hype, qualcosa che insiste nel discorso contemporaneo; quello dell'autore è un tentativo di mappare le prospettive sull'oggetto, di spiegarlo come modalità specifica, di rendere conto di un orizzonte di non conformità alle attese dell'interazione in presenza, di mostrarlo come oggetto.



Marie-Rose Moro; Rita Finco, Minori o giovani adulti migranti? Nuovi dispositivi clinici tra logiche istituzionali e culturaliTorino: L’Harmattan Italia, 2015.

La Francia e l'Italia si confrontano da tempo con un'immigrazione particolare: quella dei minori non accompagnati. Questo fenomeno si è oggi intensificato provocando situazioni di caos, poiché le istanze preposte alla presa in carico non dispongono né di mezzi adeguati, né di politiche coerenti. Possibili risposte ai problemi emersi sono proposte nel presente volume collettaneo, con contributi in italiano e francese.







Rita Finco, "Pratiche magiche, stregoneria e istituzioni sociali nell'Africa contemporanea", Torino: L’Harmattan Italia 2019.

Come dimostrano i contributi antropologici inseriti in questo volume, lungi dal rappresentare l’eredità di un passato remoto, la magia e la stregoneria in Africa connotano la modernità, che tendono a rimodellare a partire da registri propri. Non corrispondono dunque a credenze rinvianti pratiche ancestrali, proprie di comunità umane ai margini della storia. Al contrario, esse costituiscono spesso uno strumento d’azione in grado di coniugarsi con le esigenze di un capitalismo di stampo occidentale, interpretato nei termini di mero accaparramento materiale, di dominio e di competizione per il successo, dove il proprio simile diviene un concorrente pericoloso dal quale difendersi e da combattere come un nemico.





Rita Finco: “Maîtres et disciples : Analyse transculturelle du parcours migratoire de l'école coranique à l'Europe”, Grenoble: La Pensee Sauvage, 2020.

Qui sont-ils, ces jeunes subsahariens émigrés en Europe ? Certains sont des disciples d'écoles coraniques, les Talibés. Ces écoles sont des lieux où les enfants apprennent le profane et le sacré. Comme l'écrit Amadou Hampâté Bâ, essayer de comprendre l'Afrique et ses habitants sans l'apport des religions, c'est ouvrir une gigantesque armoire vidée de son contenu le plus précieux. La construction de cette appartenance dès l'enfance est un élément d'identité peu pris en compte dans les parcours de ces migrants. Cet ouvrage propose une analyse de l'expérience de ces Talibés. Car l'expérience religieuse et institutionnelle, inscrite dès l'enfance, s'avère structurelle et nécessite d'être prise en compte par les professionnels. La dimension religieuse mérite d'occuper une place déterminante au niveau thérapeutique et socio-éducatif. Il est nécessaire de donner une place au sacré pour que nos dispositifs de soins et d'accompagnement des populations migrantes soient efficaces.




Enrico Valtellina (a cura di): “L’autismo oltre lo sguardo medico. I Critical Autism Studies”, Trento: Erickson, 2020.

I contributi presentati in L’autismo oltre lo sguardo medico mirano a problematizzare la norma da punti di vista tra loro diversi, ma accomunati da una trama comune per il perseguimento dell’emancipazione e dell’autodeterminazione nella prospettiva dei diritti, assumendo uno sguardo e un approccio critici verso il modello bio-medico individuale, il linguaggio normativo e sociale del deficit e l’esame delle pratiche istituzionali e sociali che causano l’esclusione.

Pubblicare le posizioni dei Critical Autism Studies (CAS) significa incontrare un punto di vista diverso, utile per un confronto fra letteratura italiana e internazionale, tramite una lettura che rimuove l’autismo da una condizione scontata, da una definizione deficitaria e da una categorizzazione statica. I Critical Autism Studies sfidano la normalità cognitiva e sposano un’impostazione che offre una visione positiva dell’autismo e critica la sua definizione dominante come deficit neurologico. Allo stesso tempo, però, il concetto di neurodiversità si presta ad alcuni rilievi critici non secondari: prima di tutto, la sua attribuzione data prevalentemente alle forme più lievi di autismo e alle persone definite ad alto funzionamento e, in secondo luogo, il rischio di un imprigionamento dell’esperienza autistica all’interno di un determinismo neurologico.


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Simone Weil: “La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano”, Milano: SE, 1995. 

"È soprattutto sul bisogno di radicamento che si concentra l'attenzione di Simone Weil, 'il bisogno più importante e misconosciuto dell'anima umana, e tra i più difficili da definire'. Si è detto che ad esso non corrisponde un bisogno dialetticamente contrario. Il fatto è che il radicamento costituisce il terreno di coltura indispensabile per la soddisfazione degli altri bisogni, cosicché ad essi si oppone non un bisogno correlativo ma la sua negazione, la 'malattia dello sradicamento'. La difficoltà poi a definirlo è anche dovuta al grado elevato di sradicamento a cui la società contemporanea è pervenuta, fino a subirlo come uno stato quasi naturale. L'analisi puntuale dello sradicamento operaio, dello sradicamento contadino e di quello che Simone Weil chiama lo sradicamento geografico, determinato dalla sostituzione dell'idea di nazione a quella di territorio, città, insieme di villaggi, regione, ha lo scopo di rendere evidenti i caratteri della malattia del nostro tempo. Innanzitutto la perdita del senso, nella misura in cui esso si trova assorbito nella ragione di Stato [...] Quindi la distruzione di un rapporto pieno con il tempo e lo spazio, vale a dire con la propria storia e il proprio ambiente naturale; di qui il sentimento di discontinuità, frammentazione, estraneità, e in definitiva la riduzione della vita sociale a pura esteriorità."



Alain Goussot: “L’approccio transculturale nella relazione d’aiuto. Il contributo di George Devereux tra psicoterapia ed educazione”, Fano: Aras Edizioni, 2014.

Questo libro affronta la questione della dimensione transculturale nella relazione di aiuto, cioè della relazione educativa e di cura in contesti multiculturali. Lo fa attraverso il lavoro di Georges Devereux, fondatore dell'etnopsichiatria e della psicologia transculturale, e mostra come possono essere applicati negli ambiti della psicoterapia ma anche dell'intervento educativo i metodi, gli strumenti e i concetti di complementarismo, decentramento, mediazione, controtransfert, identità plurime e meticce ecc. Vi sono anche delle parti pratiche sulla mediazione interculturale e l'intervento psicopedagogico con soggetti provenienti dal mondo dell'immigrazione. Il volume è indirizzato ai ricercatori nei campi dell'antropologia, della psicologia e della pedagogia; è anche destinato a chi si occupa di clinica, di interventi educativi dentro e fuori dalla scuola nonché agli operatori dei servizi socio-sanitari. Il lavoro di Devereux, ben descritto dal recente film "Jimmy P" di Aranud Desplechin (presentato nel 2012 a Cannes) sulla storia del suo incontro con un indiano delle pianure del Nord America in situazione di sofferenza psichica.



Alain Goussot: “Bambini stranieri con bisogni speciali. Saggio di antropologia pedagogica”, Roma: Aracne, 2011.

Il libro si propone di offrire una riflessione sui figli di migranti con bisogni speciali (disabilità, difficoltà e disturbi dell'apprendimento) e sugli strumenti psicopedagogici utilizzabili dagli operatori dei servizi sociali, sanitari e scolastici per poter gestire il fenomeno. L'opera affronta anche la concezione di disabilità all'interno di diverse culture e indica il percorso metodologico ed epistemologico che sta alla base di quella che possiamo definire "antropologia pedagogica






Gilles Deleuze: “Logica del senso”, Milano: Feltrinelli, 2014.

Viene riproposto un testo classico del filosofo francese, apparso nel 1969. Lewis Carroll, gli stoici, Lévi-Strauss, Lacan, Nietzsche, Fitzgerald, Artaud... Attraverso la filosofia, la letteratura, la psicoanalisi, Gilles Deleuze compie una ricognizione acuta e gaia tra i paradossi che formano la teoria del senso e le varie celebrazioni delle nozze tra il linguaggio e l'inconscio. Non ci si sbarazza dei paradossi dicendo che sono più degni di Carroll che non della logica: bisognerebbe essere troppo "semplici" - afferma Deleuze - per credere che il pensiero sia un atto semplice, chiaro a se stesso, che non pone in gioco tutte le potenze dell'inconscio e del non senso dell'inconscio.





Gilles Deleuze: “Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995”, Torino: Einaudi, 2010.

Il volume fa seguito a L'isola deserta e altri scritti e raggruppa l'insieme dei testi redatti da Gilles Deleuze tra il 1975 e il 1995. La maggior parte di essi segue il doppio binario dell'attualità (il terrorismo italiano e tedesco, la questione palestinese, il pacifismo...) e l'uscita delle opere del filosofo (La piega, Kafka, Millepiani, L.'immagine-movimento e l'Immagine-tempo, Che cos'è la filosofia?). Il volume rende disponibili testi finora poco accessibili, dispersi in riviste, quotidiani o opere collettive. Sono conferenze, prefazioni alle traduzioni estere delle proprie opere, articoli e interviste che rendono esplicito il pensiero di Deleuze su molti argomenti (le bordate contro la psicoanalisi e in particolare Lacan, le discussioni con Foucault, l'interesse per il cinema e la pittura di Francis Bacon, l'impegno politico, la guerra in Iraq, la linguistica; ma anche Toni Negri, Boulez, Proust, i "nouveaux philosophes", Rivette). Il libro si chiude con un omaggio all'amico Fèlix Guattari, e con "L'immanenza: una vita", l'ultimo testo pubblicato da Deleuze prima di suicidarsi il 4 novembre 1995.



Gilles Deleuze; Félix Guattari: “Mille piani. Capitalismo e schizofrenia”, Nocera Inferiore: Orthotes, 2017.

Nel 1980, quando, in Francia, Gilles Deluze e Felix Guattari diedero alle stampe la prima edizione di Mille piani, la nuova dimensione del pensiero filosofico aperta dalle riflessioni dei due pensatori fu subito evidente, anche se fu necessario ancora del tempo prima che la densità e la centralità dei temi affrontati da quest'opera venissero recepite in tutta la loro importanza. Deleuze e Guattari, con uno sforzo analitico capace di andare dritto al cuore del contemporaneo, isolarono concetti indispensabili per comprendere la realtà del mondo dopo la fine del Ventesimo secolo. Parole-chiave come "rizoma", capace di descrivere l'orqanizzazione reticolare e la relazione comunitaria attraverso la quale viene prodotta la conoscenza; interpretazioni illuminanti dell'attuale deriva tecnologica e la conseguente possibilità di parlare di un "corpo post-organico"; l'identificazione di un apparato repressivo visto come "macchina da guerra" inglobata nel cuore delle società avanzate; la descrizione di un pensiero nomade, aperto, che procede per intersezioni... tutto questo, insieme a molti altri concetti con cui lo scenario culturale è andato familiarizzandosi fanno di "Mille piani" un punto di riferimento assoluto: l'opera filosofica che meglio identifica il nostro tempo.

 

 Michel Foucault: “Storia della follia nell'età classica”, Milano: Rizzoli, 2011.

Ricostruendo la funzione storica e culturale della follia, nella fase cruciale che va dal tardo Medioevo alla Rivoluzione industriale, Foucault rintraccia le radici del funzionamento della società occidentale, a partire dai meccanismi di esclusione e criminalizzazione di ogni forma di diversità e di devianza. L'esito è un'opera capitale, che ha segnato la storia del pensiero europeo. Una narrazione serrata e avvincente, in cui trovano spazio le voci, rare ma decisive, che hanno squarciato il velo sulla follia e la sua tragedia, da Sade a Nietzsche, da Van Gogh ad Artaud. Questa nuova edizione costituisce la prima versione completa in lingua italiana, con l'aggiunta di passi mai tradotti e la Prefazione alla prima edizione del 1961.





Michel Foucault: “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, Torino: Einaudi, 2014.

"Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche chi uccide. Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze si era sviluppato nel corso dei secoli classici: la disciplina."

 

 

 

 

 Michel Foucault: “Gli anormali. Corso al Collége de France (1974-1975)”, Milano: Feltrinelli, 2017.

Il corso su Gli anormali prosegue le analisi che Foucault, a partire dal 1970, ha dedicato alla formazione del sapere e del potere di normalizzazione. Sulla base di numerose fonti teologiche, giuridiche e mediche, Foucault affronta il problema di quegli individui "pericolosi" che, nel corso del diciannovesimo secolo, sono stati definiti "anormali". Emergono tre figure che hanno storie differenti ma finiscono per congiungersi nella figura dell'anormale: il mostro umano, nozione il cui quadro di riferimento erano le leggi della natura e le norme della società; l'individuo da correggiere, di cui si faranno carico i nuovi dispositivi di disciplinamento del corpo; l'onanista che, già dal diciottesimo secolo, è oggetto di una campagna per il controllo della famiglia moderna. Foucault esamina le perizie medico-legali che hanno consentito alla psichiatria di entrare e fissarsi nei meccanismi giudiziari; espone i piani per ricerche rimaste incompiute (per esempio lo studio sull'ermafroditismo); offre tracce importanti di progetti poi abbandonati (tra gli altri, quello sulle pratiche di confessione e direzione di coscienza nell'età moderna). Pone così le premesse teoriche di una serie di tesi portate avanti nell'insegnamento al Collège de France e riprese nelle opere successive.

 

 

Michel Foucault: “Il potere psichiatrico.  Corso al Collége de France (1973-1974)”, Milano: Feltrinelli, 2015.

Le lezioni tenute al Collège de France tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 sono sorprendentemente attuali. Siamo negli anni caldi del dibattito antipsichiatrico, della rivoluzione manicomiale di Franco Basaglia e degli esperimenti di Thomas Szasz, di David Cooper e della londinese Kingsley Hall, uno dei primissimi centri di accoglienza non segregativi. Foucault riprende il tema della Storia della follia, in cui aveva ricostruito la genealogia del manicomio e del potere medico-psichiatrico come conseguenza dei progressi del sapere scientifico. Ma ora è più interessato alle strategie, alle azioni, agli stratagemmi, ai rituali che hanno permesso agli psichiatri di assumere il controllo dei corpi. Il modello adottato è quello della guerra: nell’uso degli strumenti di contenzione o delle docce gelate Foucault riconosce non l’inizio per quanto brutale di una presa in carico medica, bensì la messa a punto di una serie di tattiche di assoggettamento dell’altro, tecniche di potere di cui l’ospedale psichiatrico è solo un laboratorio privilegiato. Ciò che vale oggi per i folli varrà domani per i delinquenti, per gli irriducibili alla disciplina scolastica e per tutti coloro che l’organizzazione disciplinare del sociale bolla come suoi "residui". La progressiva psicologizzazione e normalizzazione della nostra vita odierna appare come l’epilogo drammatico di questo progressivo estendersi a tutti gli aspetti dell’esistenza delle tecniche di controllo nate per "trattare" la follia. E la crisi che attraversa oggi il mondo "psy" può essere letta come l’inessenzialità di una professione quando questa è giunta a permeare di sé la società intera.

Jiulia Kristeva “Sole nero. Depressione e melanconia”, Roma: Donzelli, 2013.

Due tesi ardite sostengono questo libro di Julia Kristeva - semiologa, scrittrice, grande intellettuale e interprete del disagio dei nostri tempi: la prima è che la "melanconia" degli antichi, la "atra bilis" studiata da Aristotele, da Ippocrate e da Galeno, indagata nel Rinascimento da Marsilio Ficino e immortalata da Dürer, pur restando sostanzialmente la stessa, abbia assunto ai giorni nostri il volto di una malattia riconoscibile: la depressione. La seconda è che quest'ultima, proprio perché sperimenta l'inconsistenza del senso delle cose, sia capace di una trasformazione rivoluzionaria: di cambiare il pensiero e le forme artistiche. Un viaggio affascinante, quello di Julia Kristeva, attraverso la psicoanalisi, la filosofia, l'estetica letteraria, la storia, l'arte. Dopo avere affrontato tre figure della depressione femminile - casi clinici narrati come tre cronache Kristeva si confronta con le storie di quattro grandi artisti, nei quali la malinconia ha prodotto opere di alto valore simbolico, in epoche e contesti differenti: Hans Holbein, Gérard de Nerval, Fédor Dostoevskij e Marguerite Duras. Spaziando dall'idea del sublime a quella di morte, dalla nostalgia al dolore della mente, "Sole nero" costituisce un'indagine sulla sofferenza contemporanea e sui suoi effetti sulla società.



Julia Kristeva: “Storie d’amore”, Roma: Donzelli, 2012. 

"Essere una psicoanalista significa sapere che tutte le storie finiscono per parlare d'amore". Julia Kristeva spiega così l'origine di questo libro, ormai divenuto un classico. Il dolore che i pazienti confessano è sempre generato da una mancanza d'amore, sia essa presente o passata, reale oppure immaginaria. E se una possibilità c'è, per chi si pone all'ascolto, di intercettare e intendere questa sofferenza, essa è legata solo alla scelta di condividere quel senso di smarrimento che l'amore sempre mette in scena, dando così all'altro la possibilità di comporre il senso della propria avventura. "Storie d'amore" si confronta così con tutte le forme dell'amore: dall'agape cristiana all'amore sessuale, dall'amore fraterno a quello dei genitori verso i propri figli. Kristeva analizza quale sia la natura di questo sentimento, tanto vasto e universale, attraverso le sue molte manifestazioni: da Platone a san Tommaso, da Romeo e Giulietta a Don Giovanni, dai trovatori a Stendhal, dalla Madonna a Baudelaire o a Bataille. L'amore come figura delle contraddizioni insolubili, laboratorio del nostro destino: come se tutta la storia umana non fosse che un immenso e permanente transfert. Un'appassionata difesa dei sentimenti in un discorso che a partire dal metodo della psicoanalisi attraversa il     pensiero, la letteratura, l'arte dell'Occidente, arrivando al cuore di tutti noi.

 

Julia Kristeva: “Il genio femminile: Hnnah Arendt-Melanie Klein-Colette”, Roma: Donzelli, 2010.

Il cofanetto raccoglie i volumi della trilogia dedicata al genio femminile di una delle scrittrici più significative della nostra epoca. Nella Introduzione al primo volume, così Kristeva riassume il senso della sua ricerca: "Riconoscere il contributo di alcune donne straordinarie che, attraverso la loro vita e le loro opere, hanno segnato la storia dell'ultimo secolo, è un appello all'individualità di ciascuna. Naturalmente, le tre donne di cui mi occuperò in questa trilogia non sono le uniche ad aver lasciato il segno. È per affinità personale che ho letto, amato e scelto Hannah Arendt (1906-1975), Melanie Klein (1882-1960) e Colette (1873-1954). Queste tre esperienze, queste tre opere della verità rivelatrice si sono prodotte nel bel mezzo del secolo XX e insieme ai suoi margini. La vita, la follia, le parole: queste donne se ne sono fatte esploratrici lucide e appassionate, illuminando per noi di una luce singolare i rischi e le opportunità maggiori della nostra epoca. Quei geni atipici sono dovuti alla femminilità, del resto assai diversa, di queste tre persone? La domanda è legittima, e il titolo di quest'opera lo lascia intendere. Una musica fatta di particolarità, di dissonanze, di contrappunti. Sarà forse quello, il genio femminile. Se esiste".



Pier Paolo Pasolini: “Empirismo eretico”, Milano: Garzanti, 2015.

In "Empirismo eretico" Pasolini raccoglie nel 1972 i suoi interventi critici e polemici intorno a tre nuclei tematici fondamentali: la lingua, la letteratura e il cinema. Scritti tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio del decennio successivo, questi articoli e saggi sono il frutto dell'impegno estetico, sociale e politico dell'autore, e mettono in luce il suo ruolo in un periodo ricco di novità, fermenti e contrasti.






Elisabeth Roudinesco: “Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro” Torino: Einaudi, 2015.

Vi è sicuramente qualcosa di paradossale nel dedicarsi a scrivere la biografia di qualcuno che aveva sottolineato l'inesorabile tendenza alla menzogna, alla dissimulazione, alla alterazione, all'incomprensione, propria di ogni impresa biografica - salvo il fatto di esservisi consacrato lui stesso in diverse circostanze, scrivendo addirittura la propria autobiografia e facendosi lo storico del movimento da lui fondato. Paradosso tanto più severo, inoltre, in quanto Freud aveva costituito una disciplina e una dottrina che non si limitava a mostrare le aporie e le contraddizioni proprie del metodo biografico, ma problematizzava il carattere enigmatico del suo stesso oggetto. Tutto ciò non ha impedito il proliferare di opere che hanno aspirato a dire la verità intorno alla vita, al pensiero e all'opera di un oscuro medico di Vienna destinato a rivoluzionare il nostro modo di guardare all'uomo. Ma per riuscire nell'impresa di scrivere la storia veritiera delle venture e sventure di quel vero e proprio "fondatore" di un nuovo regime di discorso e di verità, occorreva tenere conto del fatto che l'invenzione freudiana ha cambiato anche il modo in cui viene scritta, e fatta, la Storia. La biografia di Elisabeth Roudinesco riesce in questa impresa: raccontare con rigore l'avventura della psicoanalisi ma soprattutto il suo inventore, con la consapevolezza che, in virtù di tale avventura, la Storia, e le storie, di tutti e di ciascuno, non saranno più le stesse.


Elisabeth Roudinesco: “La famiglia in disordine”, Milano: Meltemi, 2006.

Decostruita, ricomposta, monoparentale, omoparentale, procreata artificialmente, la famiglia occidentale è oggi soggetta a un grande disordine da cui deriverebbero, secondo alcuni, molte catastrofi: i bambini abusatori e abusati, i professori malmenati, le periferie consegnate alla delinquenza. Quest'epoca genera una profonda angoscia: disorientata dalla perdita dell'autorità del padre, mutilata dalla liberalizzazione dei costumi, messa alle strette dalla precarietà propria dell'economia moderna, la famiglia appare sempre meno capace di trasmettere i valori che per molto tempo ha incarnato. Tuttavia, mai è stata nello stesso tempo tanto rivendicata come luogo per eccellenza della realizzazione individuale.

 

 

 

 

Tobie Nathan: “Principi di etnopsicoanalisi”, Torino: Bollati Boringhieri, 1996.

L'etnopsicoanalisi consiste in una teoria e in un metodo alla cui costruzione Tobie Nathan è stato mosso dalla sua pratica di psicoanalista in una situazione urbana con una forte presenza di gruppi etnici non europei. Il libro, arricchito da numerosissimi esempi clinici, presenta i fondamenti teorici e le tecniche di un modello di intervento psicoterapeutico in una società multiculturale e nello stesso tempo propone una visione più ampia e integrata della psichiatria, sottolineando il ruolo dei fattori contestuali e culturali nel determinare le patologie.

 

 

 

 

Georges Devereux: “Etnopsicoanalisi complementarista”, Milano: Franco Angeli, 2013.

Tutto il lavoro svolto da Devereux nella sua vita ha attraversato vari campi del sapere, dalle scienze cosiddette esatte – la fisica di Bohr, la chimica di Marie Curie – a quelle umane – la etnopsicoanalisi di Géza Róheim, l’antropologia di Marcel Mauss e C. Lévi Strauss, la sociologia di Roger Bastide –. Un uomo di attraversamenti, di frontiera e frontiere non solo geografiche ma anche disciplinari che rende questo testo ricco e stimolante per diverse figure professionali. Fu chimico, fisico, grecista raffinato, etnologo, psicoanalista, scrittore. Devereux sosteneva che l’etnopsicoanalisi complementarista ha come obiettivo quello di formulare ipotesi su un dato fenomeno osservato, secondo due modalità esterne (dall’etnologo) ed interne (dallo psicoanalista): le due “letture” sono complementari e non opposte. L’autore, in questo testo, assurge al ruolo di un vero e proprio maestroguida che ci aiuta, nel processo di osservazione, a decentrarci, guadagnando così quella distanza utile a ri-dimensionarci, “a farci periferia”, per vedere meglio come si vive “ai confini dell’Impero” (anche dei nostri pensieri!).



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