Solo la luna ci ha visti passare

Sigillata al buio dentro il cassone di un camion ha attraversato Ungheria, Austria e Germania prima di raggiungere la sua destinazione, l’Olanda. Ma per arrivare alla tappa finale ha dovuto affrontare il mar Egeo a bordo di un gommone carico di uomini, donne e bambini, i corpi letteralmente ammassati gli uni sugli altri, senza quasi la possibilità di respirare. Ha percorso a piedi chilometri di asfalto fino a vedere il sangue macchiarle le calze, ha marciato sotto un temporale, si è nascosta e ha cercato rifugio nei boschi di Macedonia e Serbia. «Prima di partire mi ero ripetuta mille volte: “Maxima, sei abbastanza forte per questo viaggio!”. Ma quando mi sedevo per riposare, non riuscivo più a rialzarmi. Mi rimettevo in spalla il mio pesante zaino e non stavo in piedi.» Dalla Siria all’Olanda, questo è il viaggio di Maxima, siriana curda di 14 anni, che fra luglio e agosto 2015 ha percorso la «rotta balcanica», determinata a iniziare una nuova vita in Europa.

Cresciuta ad Aleppo, Maxima ha abbandonato la città nel momento in cui gli echi della guerra civile scoppiata nel 2011 si sono fatti troppo vicini, quando il conflitto è arrivato nel suo quartiere e dalla finestra della sua camera ha visto sollevarsi nubi spesse di cenere e il pulviscolo dei palazzi sbriciolati dai bombardamenti. Con la famiglia si è trasferita in un villaggio vicino al confine turco, area oggi minacciata anche dalla penetrazione dell’Isis, che ha il suo quartier generale a Raqqa, ad appena tre ore d’auto di distanza.

Nel suo intenso racconto affidato a Francesca Ghirardelli, che l’ha incontrata prima nel parco di Belgrado poi in Olanda, nella casa dove ora vive, Maxima ripercorre i ricordi più intimi della vita quotidiana in Siria e descrive le tappe del viaggio che ha accomunato il suo destino a quello di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati, siriani come lei, ma anche afghani, iracheni, eritrei e di altre parti del pianeta. «Sapevo che in Europa c’era chi non ci voleva. E vorrei dire agli europei che non è colpa loro se avvertono un sentimento di rifiuto per i rifugiati. Tutti quelli che amano il proprio Paese diventerebbero pazzi vedendo i problemi causati dall’arrivo di tante persone in difficoltà. Ma vorrei anche dire che viviamo tutti nello stesso mondo. E suggerire a chi in Europa non ci vuole, di provare a essere più felice per la vita che conduce e di cercare di capire di più gli altri. Perché, se vogliamo vivere in pace, bisogna darsi una mano a vicenda. Non c’è altro modo.» Un cammino attraverso l’Europa – oltre i limiti della paura, del coraggio e della determinazione – che Maxima, piena di fiducia incrollabile in sé, vive come un bruttissimo sogno ma anche come una grande, indimenticabile avventura che ha trasformato il suo modo di guardare la realtà e ha cambiato, per sempre, il corso della sua vita.

Qui potete leggere una recensione del romanzo.

Citazioni dal libro:

“Durante tutto il periodo passato laggiù, la Turchia non mi ha proprio conquistato. Non mi è piaciuto granché viverci, prima di tutto per via delle persone: non ho visto molta umanità nei nostri confronti. Molti cittadini di Gazientep erano un po’ come sono ora alcuni europei: irritati per la presenza di così tanti rifugiati nella loro città”

“Nel frattempo, ai governanti degli Stati europei così scontenti per l’arrivo di tanti rifugiati vorrei dire che, se ci aiuteranno a mettere le cose a posto nel nostro Paese, non vedranno più un solo siriano arrivare da profugo. Torneremo tutti a casa. Se l’Europa ci aiuterà, scoprirà anche quanto i siriani possano essere riconoscenti. Non dimenticheremo quello che di buono avrete fatto per noi.

Del resto, non desideriamo che una mano per risolvere i conflitti che stanno distruggendo la Siria, un aiuto pacifico, che non porti altri morti. Perché, se per risolvere un problema, si distrugge un luogo, quello non sarà un posto migliore, ma peggiore”.

“Cercavo, come gli altri rifugiati, di capire la situazione. Cioè che era davvero tanta la gente che, come noi, lasciava casa propria per entrare in Europa. E mi sforzavo di immaginare quello che stavano vivendo gli europei. Sapevo che c’era chi non ci voleva.

Vorrei dire a queste persone che non è colpa loro se avvertono un sentimento di rifiuto per i rifugiati. Tutti quelli che amano il proprio Paese diventerebbero pazzi e si arrabbierebbero vedendo i problemi causati dall’arrivo di tante persone in difficoltà. Ma vorrei anche dire loro che viviamo tutti nello stesso mondo. E suggerire a chi in Europa non ci vuole, di provare ad essere più felice per la vita che conduce e di cercare di capire di più gli altri. Perché, se vogliamo vivere in pace, bisogna darsi una mano a vicenda. Non c’è altro modo”.

“Credo che tutte le persone incontrate durante il nostro viaggio, i siriani, gli afghani, gli iracheni e i profughi provenienti da altre parti del mondo, siano partiti per le stesse ragioni e provando le stesse pene e gli stessi dolori. E credo che sia importante che qualcuno dia loro una mano, in modo che nessuno debba sentire, un giorno, il rimpianto di non aver fatto abbastanza. Sono convinta che tra molto e molto tempo si potrà vivere un’esistenza più pacifica di quella che stiamo vivendo noi. Perché il mondo migliora senza sosta: domani sarà meglio di quello che è ora”.

“Oggi mi rendo conto che il mio cervello cerca in ogni modo di dimenticare i particolari del viaggio, evita di soffermarsi sui momenti terribili vissuti ad agosto. Io, invece, voglio ricordare tutto, ogni singolo passo che ho mosso per andare avanti. Ripenso alle difficili condizioni in cui mi sono trovata e subito sento ravvivarsi la forza che ho dentro. Questo viaggio è l’esperienza più dura ma anche la più utile che mi sia capitato di vivere e quando guardo indietro mi accorgo che mi riempie di orgoglio. Ormai fa profondamente parte della mia vita. Ha contribuito a cambiarmi e a rendermi una persona migliore.

C’è un’immagine però, che è capace in ogni momento di rattristarmi più delle altre: l’immagine di tutte quelle persone in condizioni misere, dei tanti siriani in difficoltà che ho avuto, a lungo, davanti agli occhi”.

“L’unica maniera per uscire da questa drammatica situazione è darsi una mano a vicenda” mi ha detto Maxima, in una delle nostre interviste. “E’ come un test voluto dal cielo: bisogna a tutti i costi riuscire a compiere più azioni positive che gesti negativi, così si sarà orgogliosi di appartenere al genere umano. E gli uomini potranno dirsi fieri, quando racconteranno alle future generazioni la parte che hanno avuto nel risolvere questo dramma”.