EMERGENZA NORD AFRICA

EMERGENZA NORD AFRICA è il progetto di assistenza messo a punto dal Ministero dell’Interno nei primo mesi del 2011, che insieme all’Anci, alla protezione Civile, alle Prefetture di tutte le regioni italiane ha dato ospitalità, a partire da maggio 2011 fino a febbraio 2013 a circa 50.000 migranti provenienti dalla Libia.

Il progetto nasce dall’emergenza di accogliere quelle persone che durante i disordini politici del 2011 sembra che siano state obbligate ad imbarcarsi, dopo i rastrellamenti effettuati casa per casa dalle milizie di Gheddafi  ed inviati con dei barconi sulle coste italiane. Tra maggio e ottobre 2011 abbiamo vissuto, in continua emergenza, giorno e notte anche noi che li abbiamo accolti. Poi la situazione si è stabilizzata e si è iniziato a lavorare per attuare un inserimento sociale.

L’Emergenza doveva chiudersi a fine 2011 ma è stata poi prorogata fino a giugno 2012 e poi fino a dicembre 2012, per poi essere rinviata ulteriormente fino al 28 febbraio 2013. Un’emergenza infinita. L’avvicinarsi di ogni scadenza ha creato nelle strutture momenti di forte tensione tra gli ospiti, perché le persone si sarebbero trovate senza documenti, ancora in attesa di una risposta dalla Commissione Territoriale, senza una casa e senza lavoro. Il progetto è nato con il carattere dell’emergenza e quindi si sono attivate determinate pratiche e le strutture sono state organizzate secondo questo carattere. La difficoltà è stata lavorare con questi criteri per 20 mesi e le diverse proroghe dell’ultima ora non hanno permesso di attuare una progettualità più a lungo termine.

Ad ottobre 2012, infine, è stata emessa una nota dal Ministero degli Interni, secondo la quale a tutti i profughi provenienti dalla Libia sarebbe stato concesso un permesso di soggiorno di tipo umanitario, valido per un anno, che può essere trasformato in permesso di lavoro aprendo le porte, in teoria, ad una reale integrazione.
Questo è avvenuto alla fine del progetto, lasciando poco tempo per organizzarsi e vanificando il lavoro di un anno di tutto l’apparato giuridico per il riconoscimento dello status.

Il progetto ha previsto per ogni ospite la garanzia e l’accompagnamento ai servizi di base (vitto, alloggio, vestiario…) oltre che l’accompagnamento nelle pratiche burocratiche e nelle visite mediche e l’organizzazione dei corsi per apprendere l’ italiano.

I primi ad arrivare furono algerini e tunisini che hanno lasciato il territorio italiano dopo qualche giorno, perché arrivati già con obbiettivi ben specifici.
La maggior parte delle persone accolte a Bergamo sono state nigeriane: persone con una bassa scolarizzazione, spesso provenienti da contesti violenti e da una cultura molto distante, anche da quelle degli altri migranti con cui da anni la coop Ruah ha lavorato.  Le relazioni sono spesso state caratterizzate da aggressività, per banalità hanno innescato forti conflitti e per ottenere una qualsiasi cosa le richieste sono state  pressanti. Avevano alte aspettative da quello che l’Italia doveva offrire loro e che il progetto ENA non ha certo smorzato. Difficile con loro mediare perché sono persone che hanno vissuto in strada dove la legge del più forte vince.

Dopo una settimana dal loro arrivo sono partiti i primi corsi di lingua italiana, che hanno visto scarsa partecipazione da parte dei migranti. Sollecitati, hanno sempre sostenuto che avrebbero imparato l’italiano lavorando, come avevano fatto in Libia. Hanno avuto subito la tessera sanitaria con l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, ma c’è voluto tempo per far comprendere l’utilizzo del Pronto Soccorso e dell’ambulanza.

IL PERCORSO BUROCRATICO

Le persone approdate a Lampedusa, dopo essere stati etichettati nei decreti ministeriali come “profughi”, sono state più o meno forzati a fare domanda di protezione internazionale e sono divenuti “richiedenti asilo”. Poche distinzioni sono state fatte tra i migranti al momento dell’arrivo, e nessuno sforzo è stato fatto per comprendere chi fossero queste persone, prima di essere incanalate all’interno di un “sistema asilo” nato a partire da un’urgenza e che si è posto in parallelo, se non in alternativa, al sistema vigente. Durante i lunghi mesi di accoglienza presso le strutture della Coop. Ruah, alcuni operatori, affiancati da una docente universitaria esperta di memoria e di racconto del sé, si sono impegnati  nella raccolta delle memorie dei richiedenti asilo da presentare al momento della verbalizzazione in Questura.  La raccolta delle memorie si è svolta o nelle lingue veicolari o grazie all’ausilio di mediatori linguistico-culturali con l’obiettivo di dare voce al migrante stesso attraverso il racconto della sua storia, del suo percorso migratorio, delle sue aspirazioni, in poche parole della sua soggettività. L’iter burocratico prevede poi che la storia venga presentata dal migrante di fronte alla Commissione Territoriale di Milano che valuterà la veridicità o meno del racconto per concedere lo status di rifugiato. I tempi di attesa per poter svolgere il colloquio sono stati di circa otto-dieci mesi dalla prima verbalizzazione delle domande d’asilo presso la Questura competente. I tempi per ricevere la notifica da parte della Questura della decisione presa dai commissari sono arrivati a un massimo di sei mesi.Per moltissimi ospiti la domanda d’asilo  è stata rigettata e quindi si è provveduto a fare ricorso presso il Tribunale Ordinario di Milano, potendo usufruire di assistenza legale tramite l’ammissione al Patrocinio a spese dello stato. La prima udienza viene fissata dopo circa quattro-sei mesi, tanti quanti bisogna attenderne per una seconda udienza, quella in cui potrà essere finalmente formalizzata la decisione del giudice di accogliere o meno la richiesta d’asilo, pronunciandosi contro la Commissione Territoriale. A settembre 2012 però solo 63 delle 238 richieste d’asilo sono state accolte, mentre altri 58 migranti hanno deciso di fare ricorso. E mancavano solo 3 mesi alla chiusura di tutto il progetto. L’empasse si è risolta con la circolare ministeriale del  30/10/2012, che ha dato l’avvio alla cosiddetta procedura “Vestanet C3 – Gestione Emergenza Nord Africa”, con cui si stabilisce la possibilità di chiedere un riesame del proprio caso da parte della Commissione Territoriale competente per il rilascio di un PDS per Motivi Umanitari.
In meno di un mese tutti gli ospiti hanno ricevuto il loro PDS, valido un anno.